Il Natale di Ben di Giovanni Del Ponte

Il Natale

 BUONE FESTE CON Il NATALE DI BEN

L’Associazione culturale LungoTavolo45 augura BUONE FESTE con il racconto inedito Il Natale di Ben di Giovanni Del Ponte.

Il Natale

Illustrazione di Giorgio Sommacal

Ecco il primo capitolo del racconto inedito di Giovanni Del Ponte Il Natale di Ben:

La fuga di Rop

Il varco si trovava nel taschino della giacca di un vecchio umano seduto sulla panchina di un parco.
Sbirciai fuori meravigliato: lì attorno era pieno di cuccioli di umani che giocavano e mi sarei aspettato piuttosto di sbucare da una delle loro tasche, mentre ecco che mi lasciavo scivolare lungo la giacca del vecchio, assorto nella lettura di un libro.
Avrei voluto occhieggiarne il titolo, ma non potevo permettermi di sprecare il vantaggio sui miei inseguitori.
Dovevo correre, invece, o in men che non si dica mi avrebbero catturato!

Atterrai su una crosta nerastra che ricopriva il vialetto. Ne avevo sentito parlare, ma era la prima volta che vedevo il catrame!
Due giri del mio lungo cappuccio intorno al collo e mi lanciai in una corsa frenetica. Più strada mettevo fra me e quel vecchio, meno possibilità c’erano che mi acchiappassero.
Raggiunsi l’uscita dei giardini e scartai bruscamente, evitando per un pelo di farmi spiaccicare da una piccola umana con scarpe a rotelle…
«Ehi, attento a dove vai!» mi urlò scansandomi a sua volta uno Spiritello delle Chiavi. «Dammi una mano, piuttosto, queste pesano!»
Il mazzo che trascinava verso un tombino era più grande di lui, ma si sa: giocare un tiro a un umano, vale qualsiasi faticata.
«Scusa, amico», gli dissi riprendendo a correre. «Non sono in vena di dispetti, adesso. Un’altra volta, eh?»

Schivando le suole dei passanti raggiunsi il bordo del marciapiede. Dove potevo scappare? Se avevano individuato il mio varco, mi erano sicuramente alle calcagna. Ci voleva un nascondiglio. Mi fermai pensieroso accanto a un folletto squass che, brandendo uno spillo a mo’ di lancia, cercava di bucare la ruota di uno di quei veicoli umani a pedali.
Al di là del marciapiede c’era di nuovo la strada, poi altri marciapiedi, palazzi altissimi e un ampio spiazzo con… Ecco dove avrei potuto far perdere le mie tracce! Al centro del piazzale s’innalzava uno di quegli edifici immensi che gli umani chiamano… mercati super, mi pare. Là dentro avrei potuto nascondermi per un bel po’. Il problema era attraversare la strada, con tutti quei cosi – ah, sì: automobili – che schizzavano di qua e di là.
Alle mie spalle risuonò una voce che purtroppo conoscevo bene: «Eccolo laggiù!»
Non c’era bisogno di voltarmi per capire che mi avevano scovato.

Saltai dal marciapiede correndo a tutta velocità verso l’altro lato della strada. Le enormi ruote mi sfrecciavano accanto costringendomi a zig-zagare.
Un ultimo slancio ed eccomi sul marciapiede opposto. Senza rallentare, mi fiondai verso il mercato super.
«È inutile che scappi, ti acciufferemo!» la voce alle mie spalle echeggiava più lontana, ora. Forse li avevo distanziati, ma non osavo voltarmi a controllare. Raggiunsi l’entrata dell’edificio e…
«Fermo lì!»
Chi era, adesso? La voce veniva dall’alto. Guardai su: ritto in cima al meccanismo che azionava le porte, c’era un Guardiano di Soglia, un elementale di quelli che nel mio mondo sorvegliano gli ingressi dei palazzi reali. Se uno di loro ti proibisce di entrare, non lo fai, non c’è verso.
«Non osare compiere un altro passo», riprese. «Se vuoi passare devi pagare: costa una storia.»
«Mi spiace, ma adesso non posso proprio raccontarti una storia», spiegai.
«Niente storia, niente porta. Cercatene un’altra.»
«Senti, li vedi quei tipi che stanno correndo in questa direzione?»
«Chi, quei brutti ceffi? E allora?»
«Sono amici miei. Pagheranno il tributo anche per me.»
«Uhm, mi sa di fregatura…»
«È che stiamo architettando un dispetto a un umano, ma se non mi lasci passare ci sfuggirà!»
«Un dispetto? Allora sbrigati! La storia me la daranno i tuoi amici, ma ti avverto che se fanno i furbi, qua dentro non mettono piede.»
«Grazie, digli pure di raccontarti due storie da parte mia!»
Ripresi a correre ridacchiando fra me e me. I Guardiani di Soglia sono tipi piuttosto permalosi. Per un po’ là dentro i miei “amici” non si sarebbero visti.
Tirai il fiato e ripresi a guardarmi intorno. Quel posto brulicava di umani, ognuno dei quali spingeva avanti a sé un carretto metallico arraffando oggetti da scaffalature alte come torri. Sembravano tutti indaffarati, ma se non altro nessuno di loro guardava verso il pavimento, perciò speravo che non mi vedessero. Le risatine inconfondibili di un gruppo di fate attirarono la mia attenzione. Lievi come libellule trasparenti, stavano librandosi fuori da una strana macchina, mentre un’umana la prendeva a pugni urlando: «Come sarebbe che non mi ridai il bancomat?! E adesso la spesa con cosa la pago??»
In un altro momento forse mi sarei divertito, ma ora sentivo un groppo in gola. Mi trovavo da pochi minuti nel mondo degli umani e già mi pareva orribile. Per cominciare, l’aria era intrisa di di profumi finti e nauseabondi, il sole era velato da una coltre grigiastra e pareva malato; inoltre c’era troppo rumore. Da quel poco che potevo capire, gli umani non mi piacevano per niente. Una volta di più non riuscivo a comprendere mio padre che, a quanto mi avevano riferito, aveva fatto a lungo da proteggicase per una loro famiglia. Non ricordavo granché delle cose che mi raccontava, ma una mi era rimasta in testa: «Se ti sembrano strani, sono esseri umani.»
In quel momento mi sentivo assolutamente d’accordo.

Vagai fra quelle corsie stracolme di merci per me insignificanti, finché non giunsi al reparto piante.
C’era un gran fermento e degli umani con una veste rossa correvano avanti e indietro. Mi chiesi il motivo di quell’agitazione ed ebbi presto la risposta sotto forma di file e file di splendidi abeti.
Pregustavo già il piacere di sdraiarmi nella terra soffice all’ombra di qualche pianta, magari suggendo gocce di resina. Ma il sorriso mi si spense sulle labbra: quello sul cui vaso mi stavo arrampicando era un albero fasullo! Anzi, adesso che guardavo meglio, anche gli altri erano finti… tutti quanti. Erano decine e decine! Che senso aveva? Come potevano gli uomini apprezzare un albero posticcio e senza profumo?
Be’, «Se ti sembrano strani, sono esseri umani.»
Udii una risatina. Mi voltai trovandomi di fronte a una pianta di un’eleganza straordinaria che presto avrei imparato a conoscere come Benjamin. Benjamin il ficus.
«Ehi, amico», mi si rivolse ridacchiando, «non credo che potrai avere scambi di idee molto soddisfacenti con quelli lì.»
Indispettito esitai a rispondere, così lui aggiunse: «Non lo sapevi? Quando arriva il Natale, una delle loro feste più importanti, gli umani comprano quegli alberelli finti e li addobbano con palline e luci colorate… Ormai non mancano neanche due mesi a Natale.»
Per darmi un tono feci fare al mio cappuccio rosso un altro giro intorno al collo e risposi che no, non avevo mai sentito parlare di questa buffa usanza, e che non si desse tante arie con me solo perché ero forestiero.
Benjamin si rivelò uno spiritosone di quelli che immagino faccia piacere invitare alle feste. Dico immagino perché, in quanto snulf, dalle feste sono sempre stato sbattuto fuori, più che invitato.
In qualità di reietto non ero nemmeno abituato a fare conversazione, e ancor meno ne avevo voglia quel giorno. Ma trovare riparo nel suo grande vaso mi avrebbe fatto comodo eccome, perciò sospirando acconsentii a due sue richieste: la prima era di chiamarlo Ben, la seconda di tenergli compagnia finché qualcuno non lo avesse comprato. Rischiavo poco: bello com’era, si trattava di non più di qualche ora, ne ero sicuro. Perciò mi preparai un giaciglio nel suo terriccio, all’ombra di una foglia.

Le ore passarono e poi anche un paio di giorni, ma nessuno si decideva ad acquistarlo. Cominciavo a scalpitare: temevo che i miei inseguitori sarebbero riusciti prima o poi a persuadere il Guardiano di Soglia a farli entrare. Rabbrividii ripensando a Sfix. Il terribile Sfix… Forse avevo peccato di ottimismo. Lo conoscevo fin troppo bene e sapevo che non si sarebbe rassegnato finché non mi avesse preso. Me e ciò che gli avevo sottratto.
Non potevo neppure andarmene: avevo promesso e le promesse sono un vincolo indissolubile per noi del Piccolo Popolo, anche per uno snulf.
Basta! Continuare a tormentarmi non mi avrebbe salvato.
Cercai di distrarmi pensando ad altro.
Ben mi aveva spiegato che a Natale gli umani usano scambiarsi doni, ma ben pochi pensano di regalare piante.
Il tempo passava e Ben rimaneva lì e, per quanto cercasse di non darlo a vedere, sapevo che si sentiva ferito. Era uno stato d’animo da me vissuto chissà quante volte, ma non mi andava proprio di consolarlo: avevo già fin troppe preoccupazioni per conto mio.
Cominciò a deperire. Le foglie ingiallirono e il fusto s’incurvò: se nessuno lo aveva portato via quando era in piena forma, figuriamoci se lo avrebbero fatto adesso!
Io ovviamente cercavo di minimizzare, ma non ero molto bravo. Avevo appreso a mie spese che uno snulf non può concedersi momenti di debolezza o di pietà, gli altri ne approfitterebbero. Ciò significa non avere amici. Insomma, non sapevo come comportarmi.
E poi volevo tenermene fuori.
A un tratto, udii un’esclamazione che mi lasciò di stucco: «Che meraviglia!»
A pronunciarla era stata una giovane umana bruna, minuta e vivace che guardava proprio Ben. La sua reazione nel vederlo non aveva stupito solo me, ma anche il suo giovane accompagnatore, uno spilungone con gli occhiali sulla punta del naso che non mancò di dire la sua: «Eh?»
La ragazza non intendeva darsi per vinta: «Quel ficus! Non lo trovi bellissimo?»
«Mah, veramente mi pare un po’ sofferto…»
«Dicevo appunto questo! L’hanno trascurato e sembra irrecuperabile, ma dev’essere stata una pianta meravigliosa. Sono sicura che se la prendessimo saprei rimetterla in forma! Cosa ne dici?»
«Be’, non so… Sì, sì ne sono sicuro, ma sai, in casa non abbiamo tanto spazio e…»
«Ci sarebbe quell’angolino occupato da quel cassone inutile…»
«Coosa? La mia splendida radio d’epoca ereditata da mia nonna??»
«Massì, ne abbiamo una su ogni superficie piana della casa e nessuna che funzioni. Io sono per le cose utili e…»
«E questo fantasma di pianta sarebbe più utile della mia radio-mobile?»
«Basta, non voglio sentire altro!»
Gli volse le spalle e s’incamminò verso gli alimentari, mentre lui la seguiva non solo aggiungendo altro, ma anche altro e altro ancora.
Quella ragazza mi aveva colpito, perché qualcosa nel suo comportamento e il mio istinto m’inducevano a sospettare che un tempo potesse essere stata una della nostra razza. Così, un po’ per studiarla meglio e un po’ perché il battibecco tra i due mi divertiva, mi congedai momentaneamente da Ben e li raggiunsi.
Scoprii così che si chiamavano Giò e Giò e vivevano in una soffitta con un cane di nome Oscar.
Di Ben non parlarono più per il resto della spesa.
Soltanto Giò-lei, pensando che Giò-lui non se ne accorgesse, si voltò un attimo verso la serra.
Poi uscirono sul piazzale.

E per continuare la lettura…
http://www.giovannidelponte.com/it/news/il-mio-racconto-natalizio-integrale

AUGURI DA LUNGOTAVOLO45!!!

Postato da Giovanna Grillo alle 18:02

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