Storia del Progetto LungoTavolo45

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Riflessioni di Claudia sulla storia del progetto LungoTavolo45

C-WORK-S

Elena, Paola e io ci siamo conosciute “sul campo”, negli anni ’90 lavorando in aziende torinesi dell’abbigliamentoLo studio di consulenza C-WORK-S ci unisce dalla fine del 1997 quando, come libere professioniste, fornivamo consulenze di stile-prodotto ad aziende che necessitavano di supporto stilistico e tecnico per l’ideazione e la realizzazione delle loro collezioni sportswear, activewear, casual e jeanswear.

DALL’ITALIA ALL’ESTERO

Per seguire i nostri disegni e mettere a punto i campioni, correggendo i prototipi e controllando tessuti e colori, i nostri clienti hanno iniziato a mandarci in giro per laboratori:  nei primi anni si è trattato di andare a None, Bergamo, Clusone, Prato, poi è stata la volta di Turchia e Romania. A seguire è arrivata la Cina, il Bangladesh e adesso “abbiamo vinto” il primo viaggio in Pakistan.

DELOCALIZZARE?

Dall’anno della costituzione del nostro studio a oggi molte cose sono cambiate! Le aziende hanno delocalizzato, prima solo le produzioni, poi i campionari e i cartamodelli. Alcune hanno già cominciato a delocalizzare anche lo stile: a Shanghai ci sono diversi studi di consulenza di designer italiani che hanno aperto lo studio in Cina.
Qualche anno fa abbiamo iniziato a capire che dovevamo fare qualcosa per dare una svolta alla nostra attività, ma l’idea di trasferire l’ufficio e andare a vivere in Bangladesh, la nuova meta delle produzioni tessili, è stata istantaneamente scartata e, anche se si sono presentate delle occasioni, noi non le abbiamo colte.

LOGICHE DEL MERCATO

Dai viaggi lontani delle piattaforme produttive, Shanghai, Hangzhou, Dhakka, abbiamo iniziato a tornare sempre più scorate. Confrontarsi direttamente con le logiche del mercato è diverso dal sentirle raccontare in trasmissioni televisive come Report o leggere dei saggi sull’argomento.
Io ricordo com’erano i laboratori italiani una volta: con il titolare che si presentava e con cui dovevi parlare prima di poter vedere i prototipi, stirati e profumati; con le modelliste con gli spilli e gli aghi infilati sul grembiule bianco. Li confronto con quello che sono oggi: cameroni pieni di macchine da cucire, un caldo e un rumore infernale, mucchi giganteschi di pezzi di stoffa e tutti quegli occhi che si sollevano curiosi quando ci vedono entrare nelle linee. E i prototipi, buttati su una sedia impolverata, spiegazzati e spesso macchiati di olio di macchina.

IL SISTEMA

Noi consulenti non trattiamo i prezzi, sono le aziende che lo fanno, però, quando diamo questa risposta a chi ci chiede perché i compratori europei contrattino tanto, discutendo alle volte sui 10 centesimi di dollaro (quando il cartellino del capo mostra che sarà venduto sopra i 50 dollari) siamo imbarazzate. Facciamo parte di un sistema e non possiamo nascondercelo. Possiamo anche fare bene il nostro lavoro, scrupolosamente, con passione, con attenzione; ma poi ciò che produciamo entra in un sistema di prevaricazione, che sfrutta risorse ed esseri umani.

IDEE PER IL CAMBIAMENTO

È così che abbiamo iniziato a riflettere su cosa ci sarebbe piaciuto fare e su come realizzare un’attività che ci consentisse di esprimere le nostre competenze, conoscenze ed esperienze acquisite. Abbiamo pensato che avremmo potuto cercare un luogo in cui organizzare laboratori, dove poter raccontare anche quello che abbiamo visto in questi anni e spiegare cosa c’è dietro ai vestiti che compriamo. Perché, se è vero che il mercato sono i consumatori, allora, se i consumatori fossero informati, potrebbero fare delle scelte diverse e forse qualcosa potrebbe cambiare anche nel sistema.

LABORATORI PER INFORMARE

Per fare un esempio, si potrebbe proporre un laboratorio sul denim (la stoffa dei jeans).
Tutti i ragazzi possiedono almeno un paio di jeans e solitamente sono un capo di abbigliamento a cui ci si affeziona – almeno a me accadeva così -, ma quando io ho acquistato il mio primo paio avevo quindici anni e si compravano raw, grezzi, cioè non lavati. Bisognava scegliere due taglie in più di quella propria, poi si correva a casa e si lavavano in lavatrice. E la taglia diventava giusta, la tua taglia, solo dopo qualche settimana e una serie di lavaggi. Si narrava di qualcuno che si immergeva nella vasca da bagno con i jeans addosso per un paio d’ore, così si stringevano subito della forma giusta. Il mio primo paio di jeans è stato gettato nella pattumiera almeno quindici anni dopo l’acquisto e solo perché non riuscivo più a “tenerlo insieme”, tanti erano i buchi, veri, che si erano formati con l’uso. Adesso nei negozi ci sono solo più jeans già lavati, ma non basta, e i trattamenti del denim sono diventati sempre più richiesti comprendendo oltre ai lavaggi anche le sabbiature. Con la sabbia si fanno dei trattamenti bellissimi: essendo una lavorazione manuale si possono ottenere risultati eccellenti e il jeans avrà il ‘Vintage look’ (aspetto vissuto), ma qualcuno è condannato a morte per questo risultato. Sono certa che quasi nessuno sa che, quando compra un jeans di aspetto usato, dall’altra parte del mondo, un uomo (spesso ancora ragazzo) si sta ammalando di asbestosi, che lo porterà alla morte, solo per il fatto che lavora alla sabbiatura in una fabbrica di jeans e per pochi centesimi di dollaro.

SFRUTTAMENTO DEI LAVORATORI

Il “trattamento”, cioè lavare e rendere il jeans di aspetto usato, in alcuni paesi viene pagato alla fabbrica tra gli 80 centesimi e 1 dollaro. Onestamente non ho un’idea precisa di quanti pezzi una persona riesca a sabbiare in un giorno, ma so che la paga degli operai si aggira intorno ai 30 dollari al mese: Il famoso dollaro al giorno di cui leggiamo spesso.
E via via aumenta la consapevolezza di cosa significhi lavorare in questo sistema: del “1-dollaro-al-giorno”; delle fabbriche dove gli uomini e/o le donne faticano almeno dodici ore al giorno e alla fine del turno vanno ancora a lavorare nei campi.
In Cina, qualche anno fa, si costruivano fabbriche nel nulla e intorno alle fabbriche i dormitori. Oggi è più difficile trovare persone disposte a trasferirsi lontano da casa per una ciotola di riso (consiglio a proposito la visione del documentario del 2005 China Blue) ed è cambiata la strategia: piccole unità produttive vengono piazzate in mezzo alle campagne, in capannoni dismessi dove fino a qualche mese prima c’era un allevamento di galline, così le persone possono lavorare in fabbrica ma non devono lasciare le proprie case e le coltivazioni: “costano meno e sono più disponibili”, dicono.

L’INIZIO

Nei primi mesi del 2012 la domanda che circola nella mia mente è: come riuscire a non sprecare tutto il nostro patrimonio di conoscenze, competenze ed esperienze; e a investire in una nuova attività, QUI, in Italia, che ci restituisca anche l’entusiasmo nel lavoro che abbiamo perso?
Per realizzare il progetto ci servirebbero delle agevolazioni. Mi ricordo che il quartiere di Torino vicino a cui abito, Campidoglio, è stato riqualificato e adesso è pieno di botteghe di giovani artisti e si respira una bell’atmosfera. Cerco in internet se ci sia qualche opportunità e trovo il programma di agevolazioni economiche e supporto all’impresa FaciliTo (promosso dal Settore Fondi Europei, Innovazione e Sviluppo Economico della Città di Torino). I bandi aperti riguardano i quartieri Basso San Donato e Barriera di Milano.
In Basso San Donato c’è il bellissimo Parco Dora, dove Paola e io ci alleniamo con  il gruppo di corsa.  Mi dico che sarebbe bello trovare un edificio in zona e poter utilizzare il parco per qualche iniziativa…
Scrivo una E-mail all’ufficio di FaciliTo, Basso San Donato, e fisso un appuntamento con la dott.ssa Elisabetta Bergamasco, a cui ci siamo presentate tutt’e tre: Elena, Paola e io. Siamo alla fine del maggio 2012.
Il progetto FaciliTo prevede un finanziamento per le aziende che si localizzano nella zona, un affiancamento gratuito per la stesura del business plan e il supporto fino al momento dell’erogazione del finanziamento. C-WORK-S aveva già usufruito del finanziamento per l’Imprenditoria Femminile nel 1997 e la procedura era simile.
Chiediamo qualche informazione (fondamentale è la conferma di non dover pagare nulla e di poter recedere in qualunque momento senza problemi) e ci viene fissato un appuntamento con il dott. Mauro Napoli, per una prima valutazione, il 7 agosto nel nostro ufficio: il primo di una lunga serie di incontri!

RICERCA DEL LUOGO E IDEA DEL LUNGO TAVOLO

Cerchiamo una fabbrica dismessa, un luogo post-industriale, uno spazio adatto per fare cose diverse e anche per utilizzare qualche macchina da cucire industriale o una stampante digitale. Io vorrei anche una stampante in 3D per fare i bottoni personalizzati.
Ci innamoriamo di una vecchia fabbrica in corso Umbria. Scopriremo dopo molti mesi che questo locale non può essere utilizzato per ragioni di destinazione d’uso, catasto e che so io.
Intanto iniziano a volare idee, sono tante, anche diverse, ma sembrano poter stare insieme, anzi, iniziamo a trovare riscontri: a Berlino, a Parigi, a Londra, accanto alle grandi catene di distribuzione, laboratori di artigiani-artisti propongono già le loro realizzazioni creando ambienti alternativi, dove si respira creatività e consapevolezza rispetto all’ambiente, alle persone, dove si parla di sostenibilità, di riciclo, riuso. Siamo in tendenza!
Bread&Butter TradeShow di Berlino: assistiamo alla sfilata Religion ed ecco l’immagine e l’idea che stavamo cercando. Un Lungo Tavolo su cui lavorare, ma che divenga passerella o piano di appoggio per un catering.

“Un tavolo intorno al quale le persone scambiano idee e messaggi”.

CRISI!

INIZIO GIUGNO 2013. Elena, Paola e io ci riuniamo sul balcone dell’ufficio, molto provate dagli ultimi mesi. Il lavoro si è fatto ancora più difficile e complesso, ma soprattutto i nostri clienti hanno seri problemi di liquidità e ritardano ulteriormente i pagamenti. Tutte le strategie adottate nell’ultimo periodo non hanno portato a risultati e non è di gran conforto vedere che gli studi nostri concorrenti sono nella nostra stessa situazione.
COSA FACCIAMO? Ci diciamo.
Non abbiamo la forza, noi tre, anche con la collaborazione di Benny e Stefano, di portare avanti il lavoro quotidiano e contemporaneamente lanciare anche un nuovo progetto, pur parallelo alla nostra attività.
Non abbiamo neanche la forza economica: come facciamo ad affrontare maggiori spese per un locale più grande se i nostri clienti non ci pagano regolarmente? Noi tre viviamo del nostro lavoro e non abbiamo sufficienti risparmi personali. Il finanziamento di FaciliTo (40.000 euro) servirebbe per ristrutturare il locale e renderlo operativo, ma è pur sempre un finanziamento che andrà restituito e intanto dobbiamo anticiparlo noi, oppure chiedere un prestito in Banca.
SIAMO DEPRESSE. Forse buttiamo tutto e “bon”. Pensiamo che potremmo concentrarci sul lavoro che abbiamo, ridurre ancora la struttura, i costi… certo che a fare così non andiamo lontano, ci diciamo, entro qualche anno chiuderemo e ognuna di noi cercherà un altro lavoro. Che tristezza.
Allora abbiamo L’IDEA: convochiamo una riunione con persone che pensiamo possano aiutarci a realizzare il progetto. Proponiamo un minimo investimento da parte di chi vuole aderire, che ci permetta di affrontare il primo anno di attività senza l’angoscia di fallire, ma soprattutto con un team fortemente motivato ad aggregarsi e creare business.

SI RIPARTE IN GRUPPO

Il 9 giugno 2013 raccogliamo le adesioni che ci servono a ipotizzare un primo anno di prova. Ma soprattutto raccogliamo l’entusiasmo che ci mancava: siamo una ventina e dopo la spiegazione del progetto scaturisce un’energia incredibile di persone che spiegano le idee che avevano nel cassetto da tempo. Connessioni si vanno creando tra chi può fare cose insieme.
Che bello!
E finalmente, quasi alla scadenza del bando, fissata per il 30 giugno 2013, troviamo anche IL LOCALE: è una falegnameria, in via Treviso 45B.
A fine giugno contiamo le adesioni al Progetto LungoTavolo45:  14  tra singoli e gruppi, contando anche C-WORK-S, per un totale di 33 persone. Decidiamo di costituire un’Associazione culturale senza scopi di lucro.
Ci diamo un anno di tempo per capire come organizzarci e come organizzare eventi che abbiano una matrice comune, che siano animati da principi condivisi e che creino margini da spartire. Se l’impresa funzionerà, a fine 2014 costituiremo una società che possa gestire la nuova attività. Le persone che hanno creduto nel progetto e parzialmente finanziato il lancio, avranno la possibilità, se lo desiderano, di entrare in questa nuova società dopo aver ovviamente valutato la relazione che sarà fatta sul primo anno di attività per il quale sarà tenuta una contabilità trasparente e comprensibile.

PRIMO Obiettivo RAGGIUNTO

Il 26 Giugno 2013 abbiamo presentato al Comitato Tecnico della FinPiemonte la domanda definitiva per il PROGETTO FACILITO BASSO SAN DONATO, Legge 266/97 art.14 Interventi nelle aree urbane degradate, e la Relazione Tecnica di accompagnamento, redatta dal dott. Napoli, un tomo di 83 pagine fitte fitte di parole e tabelle di numeri.
Il 24 Luglio 2013 la Commissione ha approvato la nostra domanda numero 156-215. Per fortuna, visto che a fine giugno avevamo già staccato due assegni per l’affitto di via Treviso per un totale di 8.032 euro: dovevamo allegare il contratto di affitto per presentare la domanda.
Così, quando quel mattino il dott. Napoli mi ha telefonato per darmi la bella notizia, h
o finalmente tirato un sospiro di sollievo!

Postato da Giovanna Grillo alle 14:00

One Response to Storia del Progetto LungoTavolo45

  1. Bellissimo!!!! Bravi!!!

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